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La collaborazione con la famiglia

"La collaborazione fra insegnanti e genitori richiede concordanze e/o complementarita' a vari livelli. Il piu' basilare riguarda i valori. Tutto è piu' facile se i valori dei genitori corrispondono a quelli che sono di norma ritenuti fondamentali nella scuola, ad esempio l'importanza dell'impegno e il rispetto dei compagni. Come abbiamo scritto nel capitolo dedicato allo svantaggio socio-culturale, proprio la discrepanza di valori rende problematica la vita scolastica di questi alunni.

Una riflessione a sè merita la problematica competizione/collaborazione. Non sempre insegnanti e genitori sono in sintonia su questo punto. A volte sono gli insegnanti che valorizzano eccessivamente il lavoro e le prestazioni individuali; altre volte sono i genitori a dare scarsa importanza alla collaborazione fra compagni. Poichè si è sul piano delle convinzioni personali non sono facili le modificazioni. Avendo avuto l'opportunita' di seguire alcune esperienze al proposito ho notato che quando il contrasto è dovuto al fatto che la posizione dell'insegnante valorizza la cooperazione piu' dei genitori, risulta utile illustrare ai genitori fin dall'inizio dell'anno le motivazioni sottostanti al proprio stile di lavoro. E' importante far notare che lavoro cooperativo e prestazione individuale non sono in opposizione, ma possono sostenersi a vicenda. Un buon lavoro cooperativo richiede anche le valutazioni individuali: farlo notare ai genitori puo' eliminare alcuni equivoci.

Nella scuola elementare (ma ancor piu' in quella media) ai genitori viene chiesto di seguire i bambini nel lavoro casalingo ("compiti per casa"). Essi infatti possono seguirlo attentamente, oppure abbandonarlo a se stesso oppure, infine, essere opprimenti nelle richieste. L'intervento dell'insegnante puo' essere molto utile soprattutto nel terzo caso, facendo notare ai genitori che una richiesta eccessiva puo' risultare controproducente. Ovviamente l'insegnante deve tranquillizzare il genitore che teme che il non riuscire a fare sempre i compiti per casa comporti un giudizio negativo per il figlio. In definitiva l'insegnante puo' avere successo con questi consigli solo se manifesta una fiducia di base nei confronti del proprio allievo. Utile risulta anche sottolineare che uno scopo fondamentale del lavorare a casa non è tanto quello di esercitarsi in questo o quel compito, quanto quello di imparare ad essere autonomi nello studio. E questo obiettivo non risulta possibile se il genitore è sempre li' a passivizzare il figlio.

Consideriamo ora i colloqui fra insegnanti e genitori che avvengono a scuola.

Inviterei i lettori che sono anche insegnanti e/o genitori a ricordare l'ultimo colloquio avuto (o gli ultimi tre, se li ricorda bene) e di rispondere alle seguenti domande.

  • Dove è avvenuto (in corridoio o davanti alla porta della classe o in una apposita stanza da soli o ...)?
  • In piedi o seduti?
  • Se è avvenuto in una apposita stanza era arredata con mobili adatti alla situazione (un tavolo nuovo, sedie confortevoli, poltrone, ...)?
  • Si trattava di una stanza riservata oppure potevano entrare altri insegnanti?
  • Quanto è durato (pochi minuti, tra 10 e 20 minuti, pi˘ di venti minuti)?
  • Quanto ha parlato il genitore?
  • Quante informazioni l'insegnante ha chiesto ed ha ricevuto?
  • L'atteggiamento dell'insegnante era di ascolto?
  • In una scala da 1 a 10, come è stata valutata la soddisfazione personale dopo il colloquio?
  • Per il genitore: quanto ha influito (da 1 a 10) su tale soddisfazione il profitto del/la figlio/a?
  • Quanto tempo alla settimana è dedicato ai colloqui ufficiali (esclusi perciÚ quelli episodici) con i genitori?
  • Per l'insegnante: quanti sono i suoi alunni? Quanti sono percio' i minuti alla settimana che in media sono a disposizione di ciascuna coppia di genitori? E' importante fare questo calcolo. Ad esempio un insegnante che segue due classi di 19 e 21 alunni e che mette a disposizione per i colloqui con i genitori un'ora "offre" a ciascuna coppia di genitori un minuto e mezzo. Se segue una sola classe o mette a disposizione due ore la media raddoppia: quasi tre minuti!

     

Ho avuto spesso l'opportunita' di porre queste o analoghe domande in vari corsi di aggiornamento. Il panorama che ne emerge non è certo confortante. Spesso ho avuto l'impressione che alcuni insegnanti si accorgessero solo allora (cioè nel rispondere alle domande) che alcune prassi erano talmente consolidate da sembrare ovvie e corrette, ma che in realta' non lo erano affatto. E' ad esempio risultato che la maggior parte dei colloqui:

  • avvengono in piedi e non seduti;
  • davanti alla porta della classe o in corridoio e non in un'aula;
  • sono occasionali e non ufficiali;
  • se avvengono in una stanza si tratta di una stanza non predisposta per un colloquio confortevole;
  • durano meno di 5 minuti;
  • l'insegnante è disponibile ad ascoltare all'inizio, ma poi parla quasi sempre lui/lei.

In definitiva emerge un quadro molto problematico e ricco di carenze.

Gli ostacoli piu' gravi sono di ordine strutturale: troppo poco tempo dedicato ai colloqui con le famiglie; scarsa programmazione dei colloqui; utilizzazione di locali particolarmente inadeguati.

Ulteriori ostacoli sono dovuti al fatto che il rapporto che si instaura è quasi sempre di tipo verticale, cioè non "alla pari". Da una parte vi è chi ha il "potere" e il "sapere" (per quanto riguarda quella particolare situazione) e dall'altra chi, il genitore, è li "per chiedere" qualcosa. Raramente il rapporto si inverte, nel senso che è l'insegnante a "chiedere" qualcosa al genitore per usufruire della sua esperienza. In questa situazione viene spontaneo al genitore recitare un ruolo e cioè mostrare la parte di sè che ritiene piu' produttiva e fare richieste molto elementari ("ha mangiato?", "si è comportato bene?", "sara' promosso?"). E' la situazione che impedisce l'emergere della ricchezza del genitore. Quanto sopra permette di meglio comprendere un fenomeno che caratterizza spesso i rapporti fra insegnanti e genitori di allievi in situazione di handicap. Mi riferisco al fatto che molti insegnanti dicono che gran parte dei genitori di tali allievi "rifiutano l'handicap del figlio" in quanto non ammettono le sue difficolta', si stupiscono di eventuali insuccessi, affermano che il figlio a casa fornisce prestazioni superiori (ad esempio sul piano della comunicazione), si illudono, hanno attese eccessive ecc. Numerosissime volte, dopo aver udito frasi di questo tipo da parte degli insegnanti ho avuto occasione di avere dei colloqui con questi genitori, constatando che la situazione era diversa. I genitori offrivano un quadro ben piu' complesso ed articolato in cui erano compresenti aspetti di speranza e di timore, sopravvalutazioni e sottovalutazioni, preoccupazioni per le prestazioni scolastiche, ma anche per quelle sociali, ecc. In definitiva si era di fronte ad una realta' molto piu' ricca di quella, decisamente povera ed unilaterale che tendeva ad emergere a scuola. Perchè? Probabilmente perchè il genitore a scuola non si sentiva sufficientemente accolto per esprimere la complessita' delle sue convinzioni e dei suoi sentimenti e, difensivamente, semplificava le cose, proponendo solo la parte che gli sembrava piu' adatta al ruolo che di fatto gli era stato chiesto di giocare. Immaginiamo ad esempio che qualcuno, che percepiamo come piu' importante di noi, esprima giudizi che ci sembrano negativi su una persona che ci e' cara. Quale sara' la nostra prima reazione? Quella di "giustificare" tale persona. Rilevante è il rischio che il colloquio continui poi solo su questo tono: da una parte una persona che giudica e dall'altra una che giustifica. Cosa pensera' alla fine l'altra persona? Quasi inevitabilmente che "non siamo obiettivi". Riflettendoci attentamente possiamo riconoscere che tutto cio' è stato prodotto dall'atmosfera giudicante che è stata creata fin dall'inizio nel colloquio.

Quali potrebbero essere i primi passi da fare per migliorare i rapporti con i genitori?

Mi pare che per quanto riguarda i colloqui insegnanti - genitori essi siano sintetizzabili come segue.

  • Considerare con molta attenzione i luoghi ed i tempi dei colloqui: un ambiente confortevole, senza le interferenze di alunni e colleghi; evitare il piu' possibile i colloqui estemporanei; favorire i colloqui su appuntamento.
  • Fornire ai genitori (sia in incontri collegiali, che attraverso colloqui individuali) il massimo di informazioni relativamente alla programmazione della classe e alla situazione del figlio.
  • Potenziare in se stessi un atteggiamento volto a valorizzare la ricchezza educativa dei genitori.

Anche i genitori e non solo gli alunni hanno bisogno, innanzitutto, di una scuola dell'accoglienza e della fiducia, piu' che di una scuola che valuta e giudica."

(da Vianello, 1999)


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