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"Fjalėt e Tjetrit" ("Le Parole dell’Altro") Esperienza di integrazione/inclusione (sc.sec.I grado) Stampa
Progetto attuato presso la Scuola Secondaria di Primo Grado “Ludovico Antonio Muratori” di Vignola (Mo) a partire dall’Anno Scolastico 2007/2008 e risultato primo classificato nella Sezione “Menzione Speciale” del Concorso “Le Chiavi di Scuola” (Edizione 2008) bandito dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), in collaborazione con Enel Cuore Onlus e con il patrocinio del Miur; in collaborazione, inoltre, con il Segretariato Sociale della Rai.

La Scuola Secondaria di Primo Grado “L. A. Muratori” di Vignola (Mo) è inserita entro un contesto sociale a forte processo immigratorio. Gli alunni iscritti sono oltre 700, di cui circa 150 stranieri e 11 in situazione di handicap. Numerosi sono i ragazzi che evidenziano difficoltà di vario genere. La Scuola funziona anche come Centro Servizi di Supporto alla Persona; dispone di alcune aule speciali e organizza diversi Laboratori Motivazionali per ragazzi in situazione di disagio. L’extra-scuola non offre spazi idonei per ragazzi in situazione di handicap di età inferiore a sedici anni.
Al momento dell’iscrizione a Scuola, I. era un ragazzo di tredici anni di nazionalità albanese con diagnosi di ritardo cognitivo di grado medio accompagnato da un lieve impaccio motorio, con totale assenza di apprendimenti di tipo scolastico. Non conosceva la lingua italiana, neppure quelle espressioni atte a consentire una comunicazione “minima”. Era fortemente oppositivo e aggressivo, talora violento. Spesso evidenziava reazioni emotive incontrollate. Frequenti, infatti, erano i suoi tentativi di fuga da scuola accompagnati da altrettanto frequenti crisi di pianto. In famiglia, soltanto il padre ed una sorella maggiore erano in grado di esprimersi in italiano.
Il potenziale rischio di emarginazione al quale si trovava esposto l’alunno, aumentato ovviamente dall’assenza di strumenti linguistici, era dovuto principalmente alla complessità del suo stato generale, che, come si è detto, non trovava adeguate risposte, a livello di iniziative e di spazi di aggregazione idonei, in ambito extra-scolastico.
“Fjalët e Tjetrit” (“Le Parole dell’Altro”) è il resoconto di un’esperienza di integrazione scolastica che non avrebbe potuto realizzarsi senza un lavoro di squadra, senza la disponibilità ad apportare cambiamenti ai consueti luoghi della didattica.
Il Progetto si è posto come obiettivo la realizzazione di un’educazione linguistica legata alla comunicazione, all’interazione e all’affettività, oltre alla tutela dei diritti umani e delle pari opportunità dell’alunno con bisogni speciali.
Ciò è avvenuto attraverso l’adozione di strategie didattiche “alternative” (due studenti di nazionalità albanese, scolasticamente demotivati e non appartenenti alla classe dell’alunno, hanno impartito lezioni di lingua alla sottoscritta, Docente Specializzata, e periodicamente la hanno sottoposta a verifiche orali), la piena valorizzazione delle risorse umane e materiali interne alla scuola, il mantenimento e la valorizzazione della lingua e della cultura d’origine dell’alunno, un’educazione alla cittadinanza attiva e all’affettività, una didattica di tipo laboratoriale, la creazione di una rete di “sostegni”, il ricorso alla “peer education” e il coinvolgimento di un ampio numero di studenti e di docenti curricolari, facenti parte del Consiglio della classe seconda direttamente coinvolta nella realizzazione del Progetto e, per le loro particolari competenze, di altre classi della scuola. Una particolare attenzione è stata inoltre dedicata, come si vedrà, alla fase della documentazione.
Al fine di facilitare il percorso di integrazione/inclusione scolastica di I., tutti i compagni hanno svolto un ruolo attivo, affiancandolo, a turno, in classe e, talvolta, al di fuori di essa, assieme alla sottoscritta. In particolare, due compagni hanno svolto la funzione di tutor durante i momenti di permanenza all’interno degli spogliatoi della palestra, supportando l’alunno nel corso delle operazioni di cambio degli abiti, in occasione delle lezioni di Scienze Motorie.
Preciso come tutti i docenti e gli studenti coinvolti siano stati preventivamente informati dalla sottoscritta circa la natura del deficit di I. e in merito alle modalità di interazione più adeguate.
Si sono attivati contatti con altre scuole del territorio al fine di reperire materiale didattico cartaceo, come libri di testo, schede ed altro materiale fotocopiabile, adeguato alle necessità dell’alunno; ad esempio una scuola primaria di Vignola, attraverso la figura dell’Educatrice, ha fornito un software per uso didattico, contenente anche diverse attività in lingua albanese.
Anche grazie al lavoro di intermediazione linguistica ed affettiva svolto dai due coetanei di nazionalità albanese e dai compagni di classe, i risultati conseguiti da I. si sono tradotti in una perdita dell’aggressività iniziale, nella rapida acquisizione di un italiano di base (a partire dal momento in cui la sottoscritta ha iniziato a pronunciare le prime parole in albanese), arrivando a comprendere e a produrre spontaneamente brevi messaggi orali nella nuova lingua, e di qualche abilità di pre-lettura e di pre-scrittura, nonché in un vistoso miglioramento delle capacità di socializzazione, di comunicazione e di relazione. A livello motorio, sono migliorate la manualità e la coordinazione generale.
Da parte della classe coinvolta si è registrato un miglioramento, in generale, del grado di collaboratività e di senso civico, mentre, da parte dei due compagni/mediatori di origine albanese si è notato un minor grado di demotivazione scolastica ed un maggiore coinvolgimento generale. Anche la famiglia dell’alunno è risultata più coinvolta e collaborativa nei confronti della scuola.
Credo che I., attraverso la parziale condivisione di un codice, abbia, seppure col tempo e con momenti di crisi e di difficoltà, accolto la mia proposta di regole, di norme comportamentali di convivenza scolastica, confermando l’idea della necessità, da parte del bambino e dell’adolescente, di confini precisi entro i quali muoversi.
In questo caso specifico si è trattato di regole che non erano sinonimo di privazione della libertà personale, della democrazia, ma che, al contrario, significavano rispetto reciproco, desiderio di comunicare e che hanno messo in primo piano, ancora una volta, il ruolo fondamentale esercitato dalla lingua: una lingua come comunicazione, di una lingua per fare, per imparare, per crescere.
Si è trattato, in altre parole, di un tipo di apprendimento linguistico legato alla comunicazione e all’affettività. Non si è trattato di un’operazione di “colonizzazione linguistica”, ma di un tipo di educazione che ha previsto il rispetto nei confronti della lingua e della cultura materna.
Concludo con una riflessione riguardante il gap esistente fra discorso teorico e realtà operativa.
L’adozione di una didattica di tipo laboratoriale, esperienzale, pratica ormai collaudata ed ampiamente condivisa, ritengo mi abbia permesso di raccordare teoria e pratica, di adottare un approccio umanistico-affettivo e, infine, di dedicare un’attenzione e una cura particolari alla sfera linguistica, ambito specifico della mia formazione di Docente Specializzata di Lingua Inglese.
Il percorso di integrazione/inclusione scolastica intrapreso da I. ha inoltre condotto all’elaborazione, da parte dei compagni di classe, di alcuni bozzetti significativi ai fini della futura creazione di un logo da utilizzare come icona per il sito Internet della scuola, che ne sottolinei il ruolo di Centro Servizi di Supporto alla Persona.
Tale logo dovrà efficacemente richiamare i concetti di integrazione, di solidarietà, di benessere; concetti, a mio avviso, imprescindibili, ai fini della creazione di un idoneo ambiente di apprendimento per tutti gli studenti, in modo particolare per quelli con bisogni speciali.
Come ho avuto modo di anticipare, il lavoro in compresenza con i due studenti di nazionalità albanese ha invece incoraggiato la produzione di una ricca documentazione, fruibile e replicabile, legata al tema dell’intercultura: una rubrica lessicale alfabetica in lingua albanese, con traduzione in italiano, oggetto di studio e di memorizzazione da parte della sottoscritta (una sorta di piccolo dizionario di albanese/italiano rispondente a bisogni comunicativi immediati, redatto dalla scrivente con la collaborazione dei due studenti, contenente il lessico relativo ai saluti, ai ringraziamenti, agli oggetti scolastici di uso comune, ai colori, agli elogi e ai divieti…); testi di canzoni tradizionali e moderne albanesi con relativa traduzione in lingua italiana; alcune ricette di cucina tipiche albanesi (ricostruzione di un pasto tipico), anch’esse tradotte in italiano da parte dello studente che ha svolto, prevalentemente, il ruolo di facilitatore linguistico; riproduzioni di monete e di banconote albanesi; infine, per meglio comprendere il comportamento oppositivo e le reazioni iniziali di I., una pagina di diario dal titolo “Una mattina come tante, a scuola, in Albania”, redatta dallo studente che ha svolto, in particolare, la funzione di mediatore affettivo.
Tutto ciò a dimostrazione dell’esistenza di innumerevoli piste di lavoro e di ricerca collegate al tema della disabilità in chiave interculturale e di come, in altre parole, un’esperienza di integrazione scolastica possa costituire il punto di partenza, l’occasione per intraprendere percorsi di natura trasversale, percorsi che manifestano la loro ricaduta e utilità entro confini ben più vasti di quelli di una classe o di un singolo alunno con bisogni speciali: quelli, ad esempio, di un’intera comunità scolastica.



Silvia Ranuzzi
e-mail: eleonorasilvia@libero.it
 


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